giovedì 14 aprile 2011
La verità è il cibo della mente. Le bugie sono il veleno
sabato 19 marzo 2011
lettera a Bersani
non so se rivolgermi a voi dandovi del Lei o del tu come usava una volta, quando ci si chiamava compagni. Eppure quella parola, caduta in disuso, era così ricca di simboli e cioè di significati profondi (coloro che hanno in comune il pane, che condividono valori e aspirazioni comuni).
Innanzi tutto, mi presento. Sono un ex docente universitario in pensione, che, oggi, privato da ogni esercizio della cittadinanza attiva, perfino della possibilità di votare, cerco di esprimere le mie idee all’interno del movimento “Un’altra storia” di Rita Borsellino, ma soprattutto scrivendo. Alla politica e alla democrazia, in particolare, ho dedicato, negli ultimi anni, tre libri, uno per i tipi della Franco Angeli, uno con la Sellerio e uno con la Luiss university. Ho vissuto tra Roma e Mazara del vallo e sono stato anche candidato nel lontano 1972, come indipendente nel PCI nella circoscrizione della Sicilia occidentale, perché invitato da Lucio Lombardo-Radice e da Enrico Berlinguer, come facente parte allora del gruppo dialogo cristiani-marxisti e della rivista “Religioni Oggi-Quale società”, diretta da Alceste Santini. Più recentemente sono stato candidato a sindaco della mia città. Queste brevi notazioni personali, non già per parlare della mia lunga vicenda politica, di uomo che ha sempre cercato di agire con coerenza e spirito libero, che ha sempre cercato di testimoniare gli ideali di giustizia, uguaglianza, libertà, rispetto della dignità della persona, ma per sottolineare il senso d’impotenza e di frustrazione che tanti, come me, avvertono di fronte alla gravità dei problemi del Paese e alla loro permanente non-soluzione, mentre si vedono sempre prevalere le ragioni dell’interesse personale, dell’arrivismo, della selezione all’incontrario della dirigenza politica. Vi faccio un esempio per tutti, che è emblematico di tutto il resto. In Germania, dopo la caduta del muro, c’era uno squilibrio tra est e ovest superiore a quello tra nord e sud italiano. Ebbene, in meno di un ventennio quel divario è stato annullato. In Sicilia, sono arrivati, per decenni, e continuano ad arrivare tanti soldi, prima dai vari carrozzoni tipo cassa del mezzogiorno e da alcuni anni dall’Europa, per creare infrastrutture e sviluppo. Ebbene, quei soldi sono stati sprecati in tanti rivoli mafiosi e clientelari, ma continuano a mancare le strade, le ferrovie, i porti e si potrebbe continuare. Di contro, il governo nazionale ora ci fa pagare tutte le autostrade siciliane e la Salerno-Reggio Calabria, pur non avendo percorsi alternativi se ci vogliamo muovere. Il Governo regionale, mentre non utilizza nemmeno i fondi europei e spreca soldi in prebende clientelari, poi colma i deficit aumentando l’addizionale Irpef regionale e così fanno province e comuni, aggravando la condizione di lavoratori a reddito fisso e pensionati.
Vi scrivo questa lettera, che pubblicherò anche sul mio blog e su face book, perché ho votato alle primarie per Bersani e voglio farVi giungere quello che è un sentire comune tra le persone che frequento.
Dopo l’89, l’ex PCI è precipitato in una crisi d’identità profonda. Nel volere recidere ogni legame con il c. d. socialismo reale, anziché intraprendere un percorso di elaborazione di un progetto nuovo di società, con risposte adeguate alle novità della globalizzazione neoliberista, ha finito per buttare con l’acqua sporca anche il bambino, abbandonando quei valori che contraddistinguevano l’identità della sinistra alla luce delle categorie classiche enucleate da Norberto Bobbio.
Il risultato è stato un’omologazione di comportamenti, linguaggi, pratica politica e l’assenza di una progettualità politica alternativa, che si è tradotta in una sorta di complesso d’inferiorità e in uno sforzo a dare garanzie e volere dimostrare di essere più neoliberisti della destra, senza mettere al centro la salvaguardia di beni comuni fondamentali e la scelta di trovare un giusto equilibrio tra uguaglianza e libertà.
Oggi, alle persone non sono più chiare le ragioni, i valori e i contenuti che distinguono la destra dalla sinistra. I cittadini vogliono sapere distintamente quale è la vostra idea di società partecipativa, di giustizia, di uguaglianza, di scuola, di politica fiscale, di sanità. Il governo Prodi, per due volte, non ha fatto intravvedere una chiara politica a favore delle classi più deboli, degli ultimi. La maggioranza di centro-destra sta mettendo le mani dappertutto con una chiara e consapevole scelta di campo classista. So che il conflitto di classe viene considerata oggi una categoria novecentesca. Come si può chiamare una società in cui il conflitto tra capitale e lavoro è tutto sbilanciato dalla parte dei ricchi, dove le disuguaglianze sono cresciute a dismisura, dove le tasse gravano soprattutto su lavoratori dipendenti e pensionati, dove i lavoratori sono sempre meno protetti, dove corruzione ed evasione valgono il valore di 10 finanziarie e potrebbero azzerare il nostro debito pubblico?
Provenendo dall’esperienza del c. d. dissenso cristiano (son stato uno dei fondatori dell’agenzia Adista), ho creduto nel progetto d’interazione-ibridazione tra i valori della tradizione marxiana e del cattolicesimo democratico e sociale. Ma questo sarebbe dovuto essere il risultato di un processo di rimescolamento delle carte, di una rielaborazione-ristrutturazione dal basso, attraverso un dialogo e dibattito diffuso dalla periferia al centro e in tutte le microstrutture della società, determinando un vasto processo di democratizzazione e di socializzazione e orizzontalizzazione della politica, ed invece si è risolto, di fatto, in una sommatoria verticistica di burocrazie. Inoltre, è mancato anche il progetto: un’altra idea di società, di economia, che privilegi i beni comuni e metta al centro il principio di solidarietà operante, attraverso una maggiore giustizia e una maggiore uguaglianza.
Sono convinto che non si cambi un partito né se ne costruisca uno nuovo se non si opera un processo di rinnovamento totale, con un progetto di società chiaro e distinto, stimolando al massimo l’esercizio della cittadinanza attiva e rinnovando, per tale via, gli inamovibili e autoreferenziali dirigenti provinciali e locali che dominano le scene da sempre e che si adattano a tutte le stagioni.
E’ vero che il PD è l’unico partito che fa le primarie, anche se senza troppa convinzione, se sempre messe in discussione e senza un impegno per istituzionalizzarle, prendendo in considerazione anche le proposte dal basso. E’ vero anche che c’è la legge elettorale “porcata” e che voi da soli non la potete cambiare. Ma è, altresì, vero che nulla impediva, durante le ultime lezioni politiche, che voi apriste una grande consultazione dal basso per la scelta di programmi e candidature. Invece, sia al PD che alla c.d. sinistra radicale, bene è sembrato nominare dall’alto i futuri deputati, col risultato, tra l’altro, di scegliere, talvolta i candidati senza tenere conto della loro storia e di trovarsi deputati, che cambiano casacca (Veltroni in queste scelte è un campione) o che prendono tangenti o che si trovano inquisiti, e di avere perso anche quella “diversità”che aveva contraddistinto nel passato il vecchio PCI. Oggi si riparla di elezioni e la legge elettorale sarà sempre quella. Mi auguro che questa volta, facciate quel che non avete fatto la volta scorsa. A mio modesto avviso, aprire un grande dibattito dal nord al sud del Paese, stimolare al massimo la partecipazione è l’unico modo per fare uscire dalla disaffezione e dal disamore per la politica quell’ampia percentuale di non-votanti e di indecisi, soprattutto giovani, ed è anche l’unica maniera per vincere.
Assai cordiali saluti
Piero di giorgi
sabato 5 giugno 2010
La crisi mondiale e l'inettitudine dei governanti
Prima, per un lungo periodo, la crisi mondiale è stata negata. Poi, quando la bolla immobiliare e l'enorme quantità di massa finanziaria si è rivelata nella sua reale consistenza di un'immane mucchio di carta nominale senza alcuna relazione con la ricchezza reale, la crisi non si è potuta più nascondere. Si sono salvate una serie di banche d'affari, responsabili delle truffe e delle speculazioni, si è fatto pagare il conto agli ignari cittadini e, dopo un pò si è cominciato a dire che la crisi era ormai superata e che ricominciava la crescita. Ma era ancora una bugia. La crisi non è alle spalle, come vogliono farci credere, per il semplice fatto che si tratta di una crisi strutturale di un modello di sviluppo arrivato al capolinea. Molte banche sono ancora fortemente esposte, c'è in circolazione una massa finanziaria, almeno 5 volte al di sopra del valore dell'economia reale, che si muove, in mano a speculatori di ogni genere e che cerca di colpire gli Stati più deboli, fino a metterli a rischio di default. E' avvenuto in Grecia, ora in Ungheria e può capitare anche a noi. Da diversi mesi, i governanti dei Paesi più ricchi, tutti omologati alla bibbia dell'economia capitalista, al verbo della dittatura del mercato, del PIL e dello sviluppo senza fine, sotto la pressione dei padroni del vapore, non riescono a trovare delle regole comuni per controllare e tassare le banche, nè riescono, in balia ai loro ragionieri, a volare alto e percorrere nuove vie e alternative, fondate su uno sviluppo ecosostenibile, fondato su energie rinnovabili, che coniughi benessere economico e qualità della vita, che superi le spaventose disuguaglianze nel mondo e assicuri giustizia. L'economia, nata all'interno della cultura umanistica, è divenuta un'impostura, che tende a legittimare il potere dei più potenti. Disancorata dalla filosofia, dalla vita degli uomini in carne e ossa, è diventata una tecnica ragionieristica, che fa diventare i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. L'economia ha perso anche ogni contatto con il suo significato semantico (0ikos e nomia) e cioè di regole relative alla gestione e amministrazione della casa, di distribuzione della ricchezza, di rapporto tra uomo e ambiente. Ogni anno viene attribuito un premio Nobel per l'economia. Ma per cosa?, per quali meriti, se l'economia non è riuscita a debellare la povertà nel mondo, ad abbattere le disuguaglianze, a rendere il mondo degno di essere vissuto per miliardi di persone? Tutto ciò avverrà finchè i cittadini del mondo, partendo dal loro territorio, dalla loro città, non dicono basta, non si organizzano, non prendono in mano le sorti della propria vita, non cominciano a cacciare via i loro governanti, professionisti della politica, in ruolo permanente effettivo, per instaurare un potere diffuso, revocabile, controllabile.
domenica 16 maggio 2010
Crisi globale e questione meridionale
di Piero Di Giorgi
La crisi finanziaria che stiamo attraversando, con le ripercussioni sull’economia reale, ha mostrato, se ancora ce ne fosse bisogno, il vero volto della globalizzazione neoliberista e dei suoi corollari di un mercato senza regole e senza controlli.
La crisi, prima taciuta, poi annunciata a piccole dosi, negandone la reale gravità, progressivamente, è stata rivelata nei suoi aspetti più drammatici, pur senza saperne definire l’entità ed essere in grado di fare previsioni sui suoi esiti. Le oligarchie economiche e politiche, i banchieri e gli speculatori di ogni genere, che hanno determinato le condizioni dell’immane disastro, scaricandone le conseguenze sui più poveri del mondo, sulle classi lavoratrici e sulle classi medie, si comportano come se si trattasse di una crisi congiunturale, muovendosi secondo vecchie logiche, tendenti a ricostruire le condizioni di nuovi profitti e rendite, concedendo massicci finanziamenti alle banche, prime responsabili del crac, e addossando, come sempre l’onere sui lavoratori a reddito fisso e pensionati, mentre evasione ed elusione fiscale, paradisi fiscali prosperano tranquillamente.
Ed invece, a me pare che ci si trovi di fronte ad una crisi di sistema e perciò strutturale, che ci pone di fronte ad una biforcazione con esiti diametralmente opposti: sbocchi autoritari o democratico-partecipativi. Dopo la crisi del ’29 s’imboccò la prima strada. Oggi si tratta di costruire una democrazia sostanziale, ricostruendo lo spazio pubblico attraverso nuove forme della politica basate sulla partecipazione e su legami sociali solidaristici, su un’economia sociale e su una riconversione ecologica dei processi produttivi, a partire dal Mezzogiorno.
La “questione meridionale”è scomparsa da tempo dall’agenda politica ed è pressoché assente anche nel Parlamento europeo. Eppure c’è un mezzogiorno che non si è arreso e che si sente privo di rappresentanza politica. Bisogna rilanciare con forza la costruzione di una mesoregione mediterranea per affermare in termini alternativi la questione degli squilibri territoriali tra Nord e Sud. La rinascita del Sud passa inevitabilmente dall’assunzione di un ruolo di centralità del Mediterraneo, di cui si deve fare carico un’Europa democratica.
I soldi elargiti dall’Unione europea per il Sud sono stati spesso utilizzati per spese correnti e clientelari. Occorre che, nel periodo che resta fino al 2013, tali fondi siano vincolati al fine del suo sviluppo e delle necessarie infrastrutture, con controlli continui e tempi contingentati. Occorre anche, in considerazione del fatto che i tassi d’interesse al sud sono mediamente superiori di tre punti rispetto al nord Italia, che i prestiti per investimenti siano direttamente erogati dalla Banca europea e che gli interessi siano a carico della comunità europea. Occorrerebbe anche l’istituzione di banche di credito cooperativo e banche etiche, un sistema di cooperative agricole e di pesca, di investimenti nella conoscenza e nel turismo. Riconversione e sviluppo ecosostenibile dovrebbero essere gli obiettivi di tutte le forze progressiste dell’Europa meridionale, perché non vi può essere un’Europa di pace e di giustizia senza il rilancio di’un’iniziativa nel mediterraneo e verso il sud in tutti gli aspetti economici e politici. L’obiettivo dell’Europa deve essere, a mio modesto avviso, la creazione nel Mediterraneo di un’area economica sufficientemente vasta ed organica, che si proponga come modello di sviluppo alternativo a quello della globalizzazione neoliberista, uno sviluppo che si radichi nelle tradizioni territoriali, storico-culturali e ne esalti i valori solidaristici, di ospitalità, di creatività di quell’area. Sarebbe auspicabile la creazione di una banca mediterranea e di un’Università mediterranea.
La politica dell’attuale maggioranza ha, sin dall’inizio, trasferito soldi dal meridione e in particolare dalla Sicilia, a cominciare dai fondi destinati alle infrastrutture viarie e ferroviarie, per abolire l’ICI, e poi i fondi Fas per destinarli ai terremotati. Penso poi alla riforma del federalismo fiscale, che mette a rischio la spesa sociale e dei servizi, ma che può anche sterilizzare per sempre quei principi costituzionali a garanzia dell’uguaglianza tra le persone e territoriali, previsti dal combinato disposto degli artt. 3 e 119.
Sono convinto che un vero cambiamento nel senso dianzi indicato possa realmente realizzarsi se si riesce a ricostruire le condizioni per una partecipazione attiva alla vita della città, dove i cittadini possano incontrarsi, confrontarsi e prendere decisioni condivise, la cui premessa è la riappropriazione della soggettività e della responsabilità dei cittadini del Sud e la riaggregazione di un blocco subalterno, liberato dai ricatti clientelari e dai voti di scambio, attraverso l’esercizio di azioni collettive, per impedire scempi ecologici, abusivismo, salvaguardia del lavoro, lotta per i diritti sociali, quali la scuola, la salute, l’abitazione. Un ruolo importante, in tale direzione, dovrebbero svolgere intellettuali e forze progressiste ma anche una chiesa riconvertita, che ritorni alla fedeltà ai principi di liberazione del vangelo, riprendendo la sua collocazione originaria a fianco degli ultimi, per testimoniare la giustizia.
domenica 9 maggio 2010
Dispersione scolastica
di Piero Di Giorgi
Lo studio dell’Invalsi (Istituto nazionale di valutazione del sistema scolastico nazionale), presentato l’8 febbraio all’università Milano-Bicocca, sui livelli di apprendimento in seconda e in quinta elementare dell’italiano e della matematica, prospetta un quadro allarmante della situazione della dispersione scolastica nel Sud e in particolare in Sicilia. Il divario aumenta tra la seconda elementare e la quinta. Infatti, il divario, per l’italiano, in seconda elementare è del 4,7 al Nord, del 8,9 al centro e del 17,5 al Sud, e, per la matematica, del 7,2 al Nord, del 8,4 al centro, del 28,3 al Sud, in 5^ elementare, per l’italiano, è al 7,5 al Nord, al 8,7 al centro e al 25,2 al Sud, mentre, per la matematica, è al 9,3 al Nord, al 18,3 al centro e al 37,1 al Sud.
Lo studio conferma, in qualche modo quanto già aveva messo in luce l’indagine OCSE-PISA del 2008, secondo cui il Nord rappresenta l’area in cui si riscontrano i migliori risultati degli alunni, mentre la Sicilia fa registrare tra i risultati peggiori del Sud, con una percentuale di dispersione, nel 2007, del 26%, con un tratto distintivo che evidenzia che il fenomeno colpisce più i maschi che le femmine.
Col termine dispersione scolastica, che dagli anni ’80 ha sostituito quello di “mortalità scolastica”, s’indica l’evasione scolastica, il drop-out o abbandono scolastico, l’irregolarià o rallentamento del percorso formativo. In verità, si tratta di una denominazione addolcita di un fenomeno che, nell’imperversare di un’altra epoca storica e culturale, veniva chiamata “selezione classista” nella scuola, dicitura ancora utilizzata, fino a qualche anno fa nelle circolari scolastiche dello stesso ministero della P. I. Infatti, dietro questo fenomeno, ci sono quasi sempre situazioni di disagio sociale e di emarginazione, che costituiscono, in molti casi l’anticamera della devianza.
La scuola, che dovrebbe essere luogo di formazione, di crescita e di inclusione sociale, di fatto, non offre pari opportunità a tutti gli alunni, in particolare ai ceti sociali svantaggiati. Il che vuol dire che il diritto allo studio, riconosciuto dalla nostra Costituzione e sancito dal legislatore, soprattutto con la legge n. 517 del 1977, viene vanificato.
Sembra ovvio sottolineare che il problema della dispersione scolastica si traduce in un vero e proprio spreco di potenzialità e risorse umane, che costituisce un grave ostacolo allo sviluppo della Sicilia e chiama in causa responsabilità gravi dei nostri governanti, che, incuranti del fatto che la conoscenza viene oggi considerato il nuovo fattore di produzione e conditio sine qua non per lo sviluppo di un Paese, hanno sempre più lesinato e tagliato le risorse destinate alla formazione.
Per arginare il fenomeno sono stati attivati osservatori provinciali sulla dispersione, che collaborano con le scuole di ogni ordine e grado e nel 2006 è nato anche lo’osservatorio regionale permanente, ma non hanno dato i risultati sperati. Negli anni ’90 sono stato chiamato dal Provveditorato di Trapani a far parte, in qualità di esperto, dell’osservatorio provinciale, esperienza che mi ha portato a scrivere, forse, il primo libro organico sulla dispersione scolastica, che è stato distribuito in tutti provveditorati d’Italia, nel quale analizzavo le cause del fenomeno e proponevo alcune idee, che ritengo ancora valide.
Innanzitutto, nell’affrontare il fenomeno della DS, bisogna abbandonare la tradizionale ottica causale-lineare per fare posto a un’ottica circolare e sistemica. La scuola è un sistema formato di insegnanti, alunni, personale ATA, dirigente scolastico ed è in interazione costante, a sua volta, con altri sistemi come la famiglia, il quartiere, l’azienda sanitaria, l’ente locale; tutto ciò comporta che una serie di fattori: cause esterne (fattori socio-economici e culturali della famiglia; cause personali dell’alunno, quali salute, timidezza, scarsa motivazione e bassi livelli di aspirazione e cause legate al territorio come carenze di servizi socio-sanitari, edilizia scolastica, inadempienze degli enti locali, carenze dei servizi socio-sanitari, lavoro minorile ecc.), e cause interne alla scuola (mancanza di laboratori, discontinuità educativa verticale orizzontale, carenza di qualificazione dell’azione didattica, assenza di rapporti continuativi scuola-famiglia, ma soprattutto il mancato uso di una corretta comunicazione educativa come fondamentale risorsa didattica) intervengono come concause a determinare la D.S. In particolare, per quanto riguarda la relazione pedagogica, prevale un’epistemologia di tipo causale-lineare,che si concreta in una relazione trasmissiva, verticale e selettiva. L’insegnante, depositario di sapere, lo trasmette all’alunno, il quale deve apprenderlo. Se non vi riesce, la colpa è sua perché non studia, non capisce, è poco intelligente, è svogliato. E’ basata sulla separatezza osservatore-osservato e l’insegnante è visto come neutrale ed esterno. L’ottica circolare, invece, tiene conto di una multifattorialità che interviene sistemicamente a determinare un risultato. Non c’è separatezza tra osservatore e osservato. L’insegnante è parte integrante del sistema e perciò del successo o dell’insuccesso dell’alunno. Si fonda sull’orizzontalità della relazione, che è personalizzata e basata sull’autenticità. L’insegnante è motivato a un elevato investimento emotivo e si mette continuamente in discussione. La relazione pedagogica diviene processo formativo e rimotivante per gli alunni. L’educazione non è solo centrata sulla cognizione ma anche sull’affettività, che, anzi, è precondizione e l’energia attraverso passa qualsiasi apprendimento.
In sostanza, la scuola non può essere solo una scuola dei contenuti e dei programmi, ma deve essere soprattutto un ambiente educativo e di apprendimento, dove, in primo luogo si sta bene insieme, una scuola-laboratorio, che includa il territorio intorno ad essa, trasformandolo in una grande aula decentrata. Una scuola cioè motivante e coinvolgente, essendo quello della motivazione il problema centrale insieme a quello del linguaggio. Il linguaggio povero di cui sono in possesso le classi marginali o gli immigrati, che usano prevalentemente il dialetto, costituisce un ostacolo all’apprendimento, perché il linguaggio, come ha messo in luce Lev Vygotskij, da mezzo di comunicazione esterna, si trasforma in struttura mentale, in strumento di categorizzazione. La parola è linguaggio e pensiero al tempo stesso, perché il significato è l’unità di base componente del pensiero verbale. L’insufficienza di concetti e di generalizzazione adeguata non rende possibile la comunicazione. La scuola dell’infanzia è di fondamentale importanza, non solo come luogo di socializzazione, ma soprattutto perché essa assolve a una funzione di decondizionamento precoce delle disuguaglianze di origine familiare.
Il non sapere garantire pari opportunità a tutti gli alunni chiama in causa le responsabilità dei governi e la loro politica dissennata di tagli alla scuola pubblica in termini di servizi come il tempo pieno, di insegnanti di sostegno, di edilizia scolastica, di formazione degli insegnanti e costituisce certamente un danno soprattutto per gli alunni più svantaggiati, risultando funzionale alla riproduzione sociale delle disuguaglianze.
giovedì 6 maggio 2010
Piero Di Giorgi
Negli ultimi anni, sono molto aumentati gli episodi di bullismo e di conseguenza si sono intensificati anche gli studi sul fenomeno, che, in Italia, sono cominciati soltanto nel 1995. Ma cos’è il Bullismo?
Parola dall’etimologia incerta, probabilmente di derivazione regionale. Indica le prepotenze tra ragazzi a scuola; si tratta di un tipo di comportamento aggressivo caratterizzato dall’intenzione di arrecare un danno all’altro, da un carattere di continuità nel tempo e da una relazione asimmetrica tra il bullo e la vittima, la quale, di solito, risulta un soggetto debole e spesso incapace di difendersi.
All’interno del bullismo scolastico si può fare rientrare, a mio avviso, anche quello delle molestie sessuali. La molestia è espressione di una manifestazione di atteggiamenti fondamentalmente ostili verso le donne. L’idea del maschio come dominante ed aggressivo è centrale nella comunicazione interpersonale e la molestia può essere agita come un fatto non consapevolmente ostile, ma come un modo di conformarsi ad uno stereotipo di ruolo maschile.
Gli studi sul bullismo hanno evidenziato che il comportamento aggressivo è più frequente nella scuola elementare e diminuisce nella scuola media e con l’adolescenza, continuando, tuttavia, a persistere la violenza dei ragazzi che, nelle età precedenti, avevano manifestato un livello alto di aggressività.
Un’altra caratteristica che è stata evidenziata è che gli episodi di bullismo avvengono, nella maggior parte dei casi, alla presenza dei coetanei. I componenti del gruppo possono ricoprire ruoli diversi: agire insieme al bullo, essere suoi sostenitori, semplici osservatori e raramente intervenienti per fermare le prepotenze. In sostanza la dominanza del bullo sembra essere rafforzata dal supporto dei sostenitori, dalla deferenza di coloro che hanno paura e dalla mancanza di opposizione della c.d. maggioranza silenziosa.
E’ importante sapere che il bullismo non è un male incurabile. Ma, prima di vedere come è possibile intervenire, vorrei brevemente soffermarmi ad analizzare le cause del bullismo, i meccanismi psicologici che determinano certi atteggiamenti di prepotenza e sopraffazione. Gli studi psicologici hanno ormai rifiutato ipotesi interpretative di tipo causale-lineare a favore di modelli probalistici e multifattoriali. Si ha ragione di ritenere che certamente intervengono, in modo sistemico, caratteristiche di personalità, delle relazioni familiari e della dinamica del gruppo classe.
E’ un fenomeno che riguarda quasi in maniera esclusiva i maschi, ma vi sono casi in crescita in cui c’è un’arancia meccanica al femminile, in rosa. Nei maschi, spesso, l’attacco fisico si manifesta come esibizione di forza, legata all’esigenza di fare colpo sulle ragazze di fronte al pubblico del gruppo. Si tratta, quindi, di copioni stereotipati, che evidenziano difficoltà relazionali, legate alla scarsa elaborazione di competenze sociali più evolute; anche visibilità sociale, in una società dell’apparire. Per coloro che non trovano altri modi per affermare se stessi è un modo per sentirsi riconosciuti sia individualmente che come gruppo. In maggioranza sono ragazzi che provengono da contesti familiari e scolastici che offrono minori occasioni di realizzazione positiva di sé. C’è un’incapacità cognitiva ed emotiva di rendersi conto di ciò che le proprie azioni possono provocare sia a se stessi che agli altri; cioè soggetti che non hanno interiorizzato e strutturato una temporalità organizzata, ma sono centrati soprattutto sul presente, prigionieri dell’immediatezza, dell’impulsività, senza una valutazione degli effetti a medio e lungo termine del loro comportamento. Ma anche una scarsa capacità di decentramento, cioè di mettersi nei panni degli altri e di rappresentarsi le conseguenze delle proprie azioni sui vissuti degli altri. Atteggiamenti riconducibili ad un’insufficienza educativa.
Innanzitutto, il bullismo si caratterizza come un sistema dinamico in cui si determina un accoppiamento strutturale tra vittima e persecutore; bulli e vittime sono accomunati da problemi disadattivi. Le vittime si distinguono soprattutto per una scarsa padronanza emotiva, mentre i bulli sono caratterizzati dal disimpegno morale e in particolare da un meccanismo di deumanizzazione.
Per superare l’inibizione a fare del male agli altri, ad un nostro simile, dobbiamo ricorrere a meccanismi cognitivi ed emotivi che annullano l’umanità dell’altro. Degradiamo l’altro ad una subumanità, ossia lo consideriamo altro da noi, diverso, inferiore per sesso, per razza, per religione, per livello sociale, oppure lo consideriamo barbaro e disumano per la minaccia che da lui proviene e per cui lo collochiamo ad un livello non degno di umanità. Ciò fa sì che la nostra violenza non venga ritenuta riprovevole, perché attuata non nei confronti di un essere umano ma di un essere inferiore, degradato a livello di una cosa. Un meccanismo, cioè, che permette d’infierire sulle vittime senza provare sensi di colpa. Questo meccanismo di autoassoluzione testimonia, peraltro, che questi ragazzi non sono insensibili ai principi morali e a valori sociali. Spesso, per rafforzare l’operazione di disimpegno morale, s’invoca l’obbedienza all’autorità.
Alcune ricerche hanno sottolineato caratteristiche personologiche, come l’aggressività generalizzata, l’impulsività, la scarsa empatia, l’atteggiamento positivo verso la violenza, il comportamento prepotente per quanto riguarda i bulli. Di converso, l’ansia, l’insicurezza, la scarsa autostima caratterizzano le vittime. Bisogna, tuttavia, dire che le caratteristiche personologiche trovano il brodo di coltura negli ambienti di crescita, in cui noi adulti abbiamo le principali responsabilità.
Molti studi hanno messo in luce che, alla base dei comportamenti di bullismo, abbiano un peso gli stili educativi parentali, sia quello autoritario che quello permissivo, postulando la necessità di uno stile educativo autorevole, che contemperi e coniughi affettività e regole, controlli e richieste, fondato sul rispetto e sull’ascolto. Uno stile educativo autorevole promuove le capacità di assumersi responsabilità e di rinegoziare, attraverso il dialogo e il confronto, regole e ruoli. Le regole familiari, insieme all’affettività, svolgono un importante ruolo per uno sviluppo armonico della personalità. In pratica, i diversi stili educativi possono essere fattori di protezione o di rischio.
Altre ricerche hanno messo in luce la dinamica dell’aula scolastica come elemento scatenante di certe dinamiche aggressive. Se il fenomeno è correlato alla dinamica interna del gruppo, l’intervento deve essere mirato a livello di gruppo-classe e di sistema scolastico nel suo complesso, al fine di incidere sulle dinamiche interne del gruppo stesso ma anche sulle componenti interpersonali che sono alla base di condotte riprovevoli e di relazioni negative tra i compagni.
A livello legislativo non esiste alcuna legge che protegge e tutela gli studenti. I programmi ministeriali non prevedono alcun intervento educativo strutturato per formare i ragazzi e le ragazze al rispetto delle persone diverse, per genere, per gruppo etnico o religioso, o sociale.
La scuola, in quanto istituzione educativa, svolge un ruolo primario, poiché essa è, durante l’adolescenza, l’istituzione che più incide sull’elaborazione dell’immagine di sé. Coloro che hanno un buon inserimento scolastico e vivono positivamente l’esperienza dello studio, giudicata utile per la vita e per l’inserimento lavorativo nella società, si riconoscono maggiormente nelle regole sociali. La scuola non può esimersi dal trasmettere una cultura del rispetto e favorire quella maturazione emotiva che sta alla base dei rapporti maturi tra individui, nella consapevolezza dei bisogni e dei diritti dell’altro. Essa dovrebbe, sin dalla fase dell’accoglienza, stabilire una sorta di contratto sociale, richiedendo ai ragazzi il rispetto di precise regole, chiaramente esplicitate e motivate, la cui violazione deve essere seguita da sanzioni adeguate e certe. L’elaborazione di un insieme condiviso di regole, di diritti e di doveri reciproci dovrebbe costituire uno dei compiti prioritari di ogni scuola. Ciò, oltre a contribuire a installare un’educazione alla tolleranza, farebbe compiere ai ragazzi un serio passo verso un’educazione all’etica della responsabilità, antidoto, non solo dei comportamenti devianti ma di tutti i comportamenti a rischio, contribuendo alla crescita di un sé differenziato ed adulto. Soprattutto la scuola superiore rappresenta, per i giovani, un momento critico per il processo di socializzazione ed in cui assumono atteggiamenti nei confronti delle relazioni interpersonali che poi restano stabili.
Nell’ambito dei programmi d’intervento sul bullismo, due esperienze risultano rilevanti: l’esperienza scandinava e quella inglese. Entrambe presuppongono il coinvolgimento attivo della scuola e delle diverse componenti scolastiche: alunni, insegnanti, genitori, personale non-docente.
Si tratta di avviare un processo di consapevolezza nei ragazzi sul problema delle prepotenze e di modificare gli atteggiamenti, costruendo un sistema di regole e di comportamenti contro le prepotenze. La scuola è il luogo per promuovere riflessioni di gruppo, in cui potere sviluppare competenze sociali e comunicative adeguate, darsi degli scopi ed assumersi degli impegni e responsabilità.
I temi su cui orientare la discussione sono: le esperienze personali; le motivazioni verso le prepotenze; che cosa si prova a fare o a subire le prepotenze da altri; le conseguenze del comportamento prepotente per la vittima e per il bullo; l’impatto delle prepotenze sulla famiglia, sulla vittima, sui testimoni, sugli attori della prepotenza, sul clima della scuola; i problemi morali connessi con il ruolo di osservatore delle prepotenze, i modi per fermare o contrastare le prepotenze.
Le ricerche hanno mostrato che la maggiore fiducia nell’insegnante, il livello di comunicazione che migliora progressivamente nelle classi indicano un cambiamento volto a costruire un clima di collaborazione, di rispetto e di convivenza democratica. In definitiva si tratta di attivare risorse individuali, sociali e collettive, al fine di realizzare una reale politica di prevenzione scolastica del bullismo e di ogni fenomeno di violenza, di non-rispetto dell’altro.
martedì 4 maggio 2010
La subcultura siciliana
I Siciliani che, come me, per ragioni anagrafiche, hanno la possibilità di viaggiare con la memoria in un arco di tempo di diversi decenni, vivono il conflitto tra la sensazione d’immobilismo e di stagnazione cui si assiste in Sicilia e la velocizzazione del tempo e dei cambiamenti che caratterizzano la società contemporanea. Mi ricordo che, 50 anni fa, sentivo dire a mio padre che si vociferava della realizzazione di una serie di infrastrutture come il raddoppio e l’elettrificazione della linea ferroviaria Trapani-Palermo e Palermo-Messina, o di grandi vie di comunicazione stradale come la Mazara-Gela-Siracusa o la Mazara-Marsala-Trapani, o la soluzione del problema dell’acqua, che, in una regione come la nostra, dovrebbe abbondare. A distanza di decenni ci troviamo di fronte sempre gli stessi problemi e le noiose discussioni sulle priorità tra il ponte o le ferrovie e le strade. Ed allora non posso non pensare alla mala sorte di questa terra che ha avuto la triste ventura di avere, almeno dall’unità d’Italia ad oggi, queste classi dirigenti così miserabili, da pensare soltanto ai propri privilegi e che non hanno avuto e non hanno neppure l’orgoglio di lasciare un segno di qualche realizzazione nella loro città o nella loro regione, che giungono perfino a perdere, a livello locale e regionale, miliardi di Euro già stanziati, senza realizzare le relative opere.
Quel che più mi stupisce è come tutto questo non si traduca in rabbia da parte dei cittadini o come non vi siano né movimenti spontanei né opposizione politica ad uno stato di cose così intollerabile.
Ed allora provo a fare una qualche riflessione e a trovare una qualche motivazione a tutto ciò. Se si guarda alle società tradizionali ci si rende conto che esiste un nesso stretto tra variabili economiche e culturali nel determinare lo sviluppo, nel senso che le rappresentazioni collettive, trasmesse di generazione in generazione sotto forma di codici linguistici, morali o religiosi, esercitano un influsso sui cambiamenti socio-economici. Io credo, infatti, che le radici del sottosviluppo si annidino nelle strutture mentali delle persone e dei gruppi sociali e che la cultura siciliana abbia un background, in cui si possono includere forme di familismo o un sistema di strutture di parentele, di clan, di fazioni, unitamente a tradizioni di rassegnazione e di emotività, che sono più radicate nelle classi popolari. Radicata nell’inconscio collettivo c’è anche l’idea dello Stato come nemico, come qualcuno da fregare perché ci ha sempre fregato. Da qui l’ambivalenza della mentalità siciliana, tra espressioni anarcoidi e libertarie da una parte, e tendenza alla rassegnazione, al disinteresse ed anche a adattarsi ad una struttura autoritaria dall’altra.
Anche per quanto riguarda la concezione della famiglia, a parte le trasformazioni in senso democratico nelle nuove generazioni, domina, in generale, ancora il modello parsonsiano, basato su ruoli complementari: la madre, regina della casa, addetta al ruolo espressivo-emotivo; il padre, produttore del reddito, addetto alle relazioni esterne. Quando si parla del ruolo della donna in Sicilia, bisogna distinguere tra la donna come persona, che ha uno scarso potere, una condizione di marginalità sociale e discriminata nel lavoro e tra la donna in quanto madre e cioè come figura centrale dei processi di socializzazione che avvengono nella famiglia e che presiedono allo sviluppo affettivo-emotivo e sociale dell’infanzia e dell’adolescenza.
La famiglia rappresenta un’unità simbolica ed economica, che è centrale nel sistema sociale siciliano. Essa, non solo funge da agente psichico della società, trasmettendo valori e tradizioni dominanti nella società, una sorta di carattere sociale, ma assolve il ruolo di cassa integrazione e di ammortamento delle tante contraddizioni del sistema socio-economico siciliano. Essa è, inoltre, inserita nel network di relazioni sociali, di scambi, di favori, basati sulla conoscenza degli amici degli amici, sul “comparato” molto diffuso, ricorrendo all’assistenzialismo, al sistema diffuso delle raccomandazioni, al prezzo del clientelismo, servilismo verso il potente di turno. Tutto ciò crea un sistema d’interdipendenza tra postulanti e politici così diffuso, che anche coloro che lottano per cambiare la società sono costretti a adeguarsi al sistema se vogliono che il proprio figlio non sia escluso da ogni possibilità di lavoro e di vita.
Anche la religiosità, in Sicilia, è per lo più di tipo prerazionale, antropomorfica, mitologica e ritualistica, basata più sull’esteriorità che sull’adesione interiore e consapevole ad una scelta di vita e proprio per questo non può diventare un fattore di cambiamento sociale. In sostanza l’ateismo pratico feriale si accompagna con il rituale della messa festiva.
Il senso di morte che permea la vita sociale, il senso di rassegnazione, la pratica clientelare diffusa, sono tutti fattori frenanti il cambiamento, che bloccano le energie più creative, generano fatalismo e creano il senso di una realtà immodificabile.
Come fare per trasformare questo circuito vizioso in un circuito virtuoso? Si tratta ovviamente di un processo complesso, sul quale mi sforzerò di essere propositivo in altra occasione. Oggi posso avere lo spazio soltanto per dire che bisogna, a mio parere, fare di necessità virtù e partire da quello spazio di solidarietà familiare come nucleo iniziale per puntare su forme di aggregazione e di organizzazione sociale più elaborate su larga scala e avviare un lavoro per un processo di coscientizzazione, teso a mutare le strutture mentali ed emotive. Nessun mutamento può avvenire se non è simultaneo nel settore economico, politico e culturale. Nessun uomo può diventare un cittadino libero se non è libero nel pensiero, emotivamente e nelle sue relazioni economico-sociali; e se non diventa un partecipante attivo e responsabile alle decisioni che riguardano la propria vita individuale e sociale.
venerdì 18 dicembre 2009
L’ambiguità di Lombardo e il dilemma del PD.
Piero Di Giorgi
L’ambiguità di Lombardo e il dilemma del PD.
Prima di entrare nello specifico della questione che si dibatte sulla partecipazione dell’opposizione al nuovo governo regionale, voglio partire dalla situazione nazionale, essendo le due interconnesse.
Dopo l’8 settembre 1943, agli italiani si pose una drammatica scelta: seguire Mussolini e il fascismo nella repubblica di Salò, oppure schierarsi per liberare il Paese dalla dittatura e dal nazifascismo.
Lungi da me, volere mettere sullo stesso piano la situazione di oggi con quella di allora. La storia non si ripete e se lo fa, per dirla con Marx, cio avviene una volta come tragedia o un'altra come farsa. Non c'è dubbio, tuttavia, che la situazione del berlusconismo sia un problema drammatico e inquietante, un fenomeno studiato ormai dalla psico-sociologia, che ne rileva l’egolatria, la superfetazione dell’Io, la messa in scena di sé del personaggio e della sua famiglia e delle sue avventure galanti, in un’indistinzione tra pubblico e privato, sul modello dei reality televisivi, le sue battute e le sue provocazioni e gli slogan ripetitivi per penetrare il messaggio secondo il modello pubblicitario e stabilendo un rapporto diretto con l’elettore, trattato come un consumatore, attraverso un rapporto emotivo, passionale e di complicità. Che fa leva su categorie dello spirito come i comunisti, agitando, nel contempo, l’ottimismo e l’alimentazione della paura, dalla quale l’unto del Signore rassicura, riportando ordine e sicurezza. Al di là dei tratti di personalità del premier, la situazione è drammatica, non solo in termini di non soluzione dei problemi drammatici della crisi economica e della disoccupazione, dell'anomalia della sua condizione di conflitto permanente d'interessi, per la caduta di stile, di valori etici, di legalità, solidarietà e quanto altro, che rischiano di corrompere le coscienze, anche delle nuove generazioni, ma soprattutto per la deriva autoritaria e per la rottura di equilibri di poteri posti a fondamento della nostra democrazia e garantiti dalla nostra carta costituzionale, La domanda è: in questa fase, è prioritario mantenere la linea intransigente di chi prefigura un altro Stato, un’altra economia e un altro modello di sviluppo basato su un'altra democrazia politica ed economica della solidarietà, dell'abolizione delle disuguaglianze, che privilegia i beni comuni e che mette il rispetto dei diritti delle persone al primo posto, oppure, senza abbandonare quei principi, anteporre il problema di come liberarsi di Berlusconi prima che il berlusconismo penetri ancora più profondamente nel tessuto sociale, segnando un'epoca di individualismo, egoismo, menefreghismo, assenza di regole ecc. Quest'ultima ipotesi significa, ovviamente, la necessità di creare uno schieramento ampio di tutte le forze che si oppongono a Berlusconi, dalla sinistra c.d. radicale e, passando per il PD, fino a Casini e a Fini, una sorta di opposizione per la democrazia e per la difesa della costituzione, per riportare l'Italia a una condizione di normalità, dalla quale fare ripartire la dialettica destra-sinistra o confronto tra modelli di sviluppo diversi.
Fatta questa lunga premessa generale, venendo alla questione del governo regionale siciliano, è d’uopo ricordare che in Sicilia ha governato da anni, direi da sempre, tranne la breve parentesi del governo Capodicasa, una maggioranza di centro-destra, rappresentativa degli interessi della borghesia, in gran parte paramafiosa o contigua alla mafia, con i conseguenti intrecci tra politica, mafia e affari. Nonostante gli ingenti finanziamenti pervenuti alla nostra Regione, prima dalla Cassa del Mezzogiorno, poi dai governi nazionali e, infine negli ultimi anni, dai fondi strutturali europei,
Sono d'accordo con quanto ha scritto Nino Alongi che non si può accettare la richiesta di collaborazione a scatola chiusa. Penso che occorra discutere sulla base di punti fermi e irrinunciabili che segnino chiaramente un programma di riforme, reso visibile alla stragrande maggioranza dei siciliani, essendo pronti a denunciare pubblicamente ogni inadempienza o ritardo. Qualcuno ha evocato l'esperienza del milazzismo del 1959. Ritengo che siano diversi il contesto storico-culturale e anche le emergenze e le modalità con cui debba realizzarsi la collaborazione. Innanzitutto, penso che non si debba trattare di un'operazione verticistica, ma che si debba aprire un vasto dibattito alla base di tutto il popolo della sinistra e di tutte le forze che si oppongono al berlusconismo, in cui si discuta anche su quale programma di riforme fare l'accordo. In secondo luogo, Lombardo deve con chiarezza dichiarare la rottura con il centro-destra anche a livello nazionale e non solo con una parte, facendo chiarezza anche sul c.d. partito del sud, complementare alla Lega Nord, che riduca la questione meridionale ad una contrapposizione rischiosa tra Nord e Sud, indebolendo le fondamenta dell’unità nazionale. Dopo di che, il confronto vero deve avvenire sui contenuti ( Impegno del nuovo governo a non vendere i beni sequestrati alla mafia; una seria politica infrastrutturale, dalle ferrovie alle strade di grande scorrimento e alle autostrade, ai porti, ai problemi del lavoro e dell’ambiente, di un’economia sostenibile e solidale, che privilegi il bene pubblico (acqua, scuola e università e quant'altro emerga dal dibattito e dalla partecipazione dal basso). In sostanza, si tratta di rilanciare la palla per fare esplodere le contraddizioni nel centro-destra. Deve essere il PDL nazionale, a questo punto, a scomunicare e mettere fuori dal partito coloro che collaborano con l'opposizione (i comunisti). Inoltre, occorre ricordare che
In conclusione penso che non serva assumersi la responsabilità di fare sciogliere il parlamento siciliano, ma confrontarsi, aprendo un vasto dibattito alla base del popolo delle primarie e su paletti fermi per quanto riguarda eticità, pratica politica e sociale trasparente e partecipata, riforme concertate, anche nei tempi e nelle priorità.
giovedì 15 gennaio 2009
Le disperate condizioni del popolo di Gaza
giovedì 8 gennaio 2009
martedì 11 novembre 2008
Lavoratori a reddito fisso e pensionati
L’assenza di controlli, da parte del governo, nel momento di passaggio dalla lira alla moneta unica europea ha fatto sì che alcuni speculatori hanno determinato, di fatto, l’equivalenza di un euro a mille lire, sicché, facendo l’esempio classico della massaia, una lattuga che costava 500 lire oggi costa almeno 0,50 euro. Questa operazione ha fatto sì che, attraverso un processo a catena, tutti coloro che potevano adeguare il prezzo, recuperare il potere di acquisto e conservare lo stesso tenore di vita, (lavoratori autonomi, professionisti ecc.) non hanno avuto danni. Gli unici che non hanno potuto recuperare il loro potere d’acquisto originario e si sono impoveriti sono stati i lavoratori a reddito fisso e i pensionati (esclusi, ovviamente, i c.d. pensionati d’oro) , le cui retribuzioni sono state, di fatto, dimezzate. Infatti, se prima una famiglia media, con un reddito da 2 a 3 milioni di lire riusciva a sopravvivere, ora con un reddito da 1000 a 1.500 Euro non ce la fa più. Inoltre, le loro retribuzioni, in Italia, secondo l’Eurispes, sono diminuite negli ultimi 4 anni di circa il 25% e sono all’ultimo posto in Europa, senza che i governi di centro-sinistra prima e di centro-destra ora si siano posto il problema del recupero del poter d’acquisto di questi soggetti impoveriti.
Se si aggiunge l’attuale crisi finanziaria e le sue ripercussioni sull’economia reale, l’inflazione annuale, sempre calcolata al ribasso dall’Istat e mai recuperata per intero da quando sono stati aboliti la scala mobile e il fiscal-drag, i rinnovi contrattuali con scadenza sempre più lunga e che si risolvono con accordi consistenti in una manciata di soldi, lo smantellamento progressivo del sistema di protezioni sociali, abbiamo di fronte un quadro sconfortante di depauperamento grave per lavoratori dipendenti e pensionati.
Questa condizione è vissuta da tutti noi con un senso d’impotenza perché ormai i partiti della sinistra storica e i sindacati hanno cessato di rappresentare queste categorie.
Come avevano ben visto Karl Marx, il quale considerava gli impiegati una categoria residuale prevedendone la proletarizzazione, lo stesso Weber, che, distinguendo tra funzionari che occupano posizioni sociali più elevate e a contatto con i detentori del potere e quelli che non esercitano alcuna autorità, che hanno condizioni oggettive più vicine agli operai, Wright Mills, che aveva prefigurato un’unica classe media indifferenziata, frutto della convergenza generale, di impiegati ed operai, a causa di un progressivo processo di proletarizzazione, Serge Mallet, che aveva parlato della progressiva proletarizzazione dei ceti medi, non c’è dubbio che oggi gli impiegati, gli insegnanti sono assimilati alla tradizionale classe operaia sotto la comune denominazione di lavoratori a reddito fisso.
Non c’è dubbio che negli ultimi decenni, sia per la riduzione delle differenze remunerative tra impiegati ed operai e della perdita di prestigio dei primi, sia per le trasformazioni delle mansioni degli uni e degli altri, anche in virtù della maggiore scolarizzazione e dell’automazione tecnologica, le due condizioni sono abbastanza similari. Oggi gli impiegati hanno stipendi miseri e sono frustrati per mancanza di una funzione di effettiva utilità. Il loro lavoro è monotono come quello dell’operaio ed anche lo stipendio è un salario da operaio. Il computer sostituisce molte funzioni prima svolte dall’impiegato, così come l’automazione sostituisce il lavoro manuale dell’operaio. La classe media impiegatizia e gli insegnanti hanno avuto, certamente, una posizione eterogenea, in quanto proletari come condizione economica, e piccolo-borghesi quanto a legami sociali; e tuttavia, ora, la stragrande maggioranza di loro percepisce di essere per status e capacità di spesa più vicina agli operai. Ancora più grave è la condizione dei precari e di tutti coloro che sono stati investiti da processi d’impoverimento, che vivono da anni una situazione di disagio sociale, alle soglie della sopravvivenza. Tutte queste persone hanno visto, in questi ultimi anni, ulteriormente ridotto il loro potere d’acquisto e vivono con rassegnazione la loro condizione.
Inoltre, lavoratori a reddito fisso, precari e pensionati sono i soli, tra l’altro, che pagano le tasse fino all’ultima lira e preventivamente alla fonte e, tramite i quali, i governi fanno quadrare i bilanci, perché è troppo facile prendere i soldi da queste categorie.
Essi rappresentano la maggioranza degli italiani e le modificazioni nella loro condizione economica creano la condizione oggettiva per una loro partecipazione attiva al cambiamento. Uno degli obiettivi unificanti dei lavoratori a reddito fisso deve essere la lotta per una retribuzione adeguata, per difendere il loro potere d’acquisto contro l’inflazione reale, per pagare meno tasse. Neppure i Sindacati sembrano essersi accorti di ciò, anzi pare che diano una mano ai governi, facendo prolungare i contratti dei lavoratori, come è avvenuto recentemente per insegnanti e per il pubblico impiego, che hanno saltato di fatto un contratto. Angeletti, segretario generale della UIL, aveva fatto una proposta sensata, di destinare tutte le entrate recuperate dall’evasione fiscale ai lavoratori a reddito fisso e per aumentare le pensioni, ma nessuno l’ha ripresa e neppure lo stesso proponente mi pare che vi stia facendo una battaglia, anzi Cisl e Uil hanno firmato il contratto per gli statali, scaduto da tempo, per pochi spiccioli.
La situazione è arrivata a un punto tale che s’impone, con urgenza, un movimento di autorganizzazione e di lotta dei lavoratori e dei pensionati, con azioni anche giuridiche tendenti al recupero delle condizioni di acquisto precedenti l’entrata in vigore dell’Euro. E’ importante che questi lavoratori acquisiscano la consapevolezza che la loro condizione dipende dai processi di globalizzazione neoliberista in atto, che determinano spostamento delle risorse dello Stato dal lavoro al capitale e dalla conseguente ideologia dell’inevitabilità ed oggettività di questo processo. Essi rappresentano la maggioranza degli italiani ed è essenziale che prendano in mano il loro destino, che diventino protagonisti per difendere i loro valori ed interessi, la loro dignità di persone e di lavoratori, senza delegarli più agli altri. Propongo di organizzarci e di autodifenderci. Tutti insieme, uniti, siamo la maggioranza e devono per forza sentirci. Spero che questo appello giunga alla maggior parte delle persone interessate attraverso il passa-parola, e-mail e quanto altro e che possano pervenire anche proposte per giungere ad un momento organizzativo nazionale.
mercoledì 1 ottobre 2008
Prima riunione coordinamento regionale "Un'altra Storia"
Credo fortemente in uno strumento quale il nostro, in un momento di grave crisi della politica, che tende ad essere sempre più una professione nel senso weberiano, lontana dai bisogni delle persone, sempre più verticistica ed espropriante fino a togliere ai cittadini la possibilità di scelta dei candidati già decisi dalle oligarchie inamovibili dei partiti. Ormai si assiste ad un’omologazione di comportamenti, pratiche politiche, ricette tra maggioranza ed opposizione, ad un appannamento di valori e di tensione etica, alla mancanza di un progetto di società che si proponga di fuoriuscire dal modello di neoliberismo perverso, responsabile della catastrofe antropologica e ambientale. Anche i partiti di massa si sono trasformati in oligarchie di professionisti della politica. La sovranità è ridotta ad una finzione. La politica non può essere più un privilegio o un lusso per pochi, non può essere una professione, non può essere un luogo per fare carriera, ma richiede il contributo di tutti, è un diritto-dovere di tutti. I partiti sono stati e sono certamente un pilastro fondamentale della democrazia, ma devono rinnovarsi profondamente e sono comunque solo una faccia della democrazia. Essi si devono confrontare con le diverse espressioni della convivenza sociale. (Art.1, 2 (i diritti inviolabili in tutte le formazioni sociali), 18 (diritto di associazione) e 49 ( diritto di associazione in partiti). Il rimedio allo svuotamento della democrazia è l’esercizio della cittadinanza da parte di moltitudini di persone, costruire una democrazia dal basso. La politica è la più nobile delle attività umane, è lo spazio-tempo dedicato alla comunità. La società civile è cresciuta molto negli ultimi due decenni. Sorgono continuamente movimenti, associazioni, gruppi, che esprimono una domanda di partecipazione anche in Italia. E’ urgente la necessità di una rifondazione teorica e pratica dello strumento partitico e del concetto stesso di democrazia, con un’elaborazione teorica e programmatica adeguata ai problemi e ai bisogni delle società industrializzate avanzate. In primo luogo, ritengo, perciò, che occorra operare nella pratica una critica della forma-partito tradizionale e un rifiuto della delega permanente e tendere ad una rifondazione dal basso di una nuova sinistra, evitando sommatorie di sigle e di apparati di partiti esistenti a livello verticistico e a scopi elettorali (vedi PD), ma scavando, invece, nella storia e nei valori della sinistra, aprendo un grande confronto e dibattito unitario alla base. Ciò significa porsi come strumenti di partecipazione nuova, al di fuori dei partiti, senza rifiutarli, ma con l'impegno a rinnovarli, in risposta alla crisi dei canali tradizionali di partecipazione, politica e sociale, ricercando e indicando un modo nuovo di partecipazione politica, attraverso la formazione delle decisioni dal basso. La nuova sinistra non può essere concepita come una semplice operazione cosmetica di fusione e di sommatoria dei partiti esistenti, ma attraverso un rinnovamento di idee, obiettivi, programmi o modi gestire il potere e una pratica sociale che ricrei le condizioni dell'unità nelle lotte e nei luoghi dell'esproprio della partecipazione. Il momento fondante della nostra azione, a mio parere, deve essere questo tentativo di politicizzazione della società civile, di diffusione della politica in tutte le pieghe della società. Sensibilizzare e attivare la società civile significa potenziare la partecipazione dei cittadini e avviare una rifondazione della politica. Soltanto una partecipazione dal basso, un'attivazione della cittadinanza può vincere le resistenze e i privilegi delle burocrazie ed oligarchie partitiche, che hanno ridotto i partiti a luogo della mediazione clientelare e dei baratti elettorali. La politica, dunque, non più come monopolio di coloro che ne fanno una professione, che, per dirla con Weber, vivono di politica e non per la politica, ma riconsegnata ai cittadini. Dalla repubblica dei partiti alll repubblica dei cittadini. La premessa necessaria a ciò è la laicità dell’agire politico, come antidoto agli eccessi ideologici, ai fondamentalismi e all’autoritarismo.La seconda premessa è la necessità di costruire una coscienza ed una consapevolezza collettiva sociale e politica, come premessa fondamentale della democratizzazione della società. Ciò significa essere presenti in ogni ambito sociale, culturale e politico con assunzione di compiti di opposizione, di proposta e di controllo nella vita sociale del Paese, ossia il valore della pratica sociale di massa come risposta alla crisi dei canali di partecipazione politica. La pratica sociale è, infatti, il nucleo fondante e primario della politica, in quanto significa portare la politica alle persone. La pratica sociale come nuovo modo di fare politica, cioè andando all’origine dei rapporti sociali, dove nascono i problemi, i bisogni e si devono trovare le risposte e le soluzioni. L’interlocutore fondamentale deve essere la società che non partecipa, superando il mandato permanente. Attraverso la pratica sociale, si determina una politicizzazione della società civile, che non partecipa, che non lotta e che subisce, facendo leva sui bisogni espressi e inespressi, nei luoghi e in tutte le sedi e occasioni di rapporto sociale, per riportare la politica nei luoghi propri, dai quali, grazie al verticismo e burocratismo dei partiti, è scomparsa, laddove si determinano lo sfruttamento, la repressione individuale e sociale, la persuasione occulta. Dunque, una politica nuova, radicata nei quartieri, nelle città, diventa il luogo privilegiato dell'agire politico e l'alternativa all'astratta statualità e al parlamentarismo filtrato dalle camarille di partito. Ciò comporta anche la necessità di un controllo più diretto delle amministrazioni locali, di una mobilitazione per la gestione democratica del suolo urbano e dei trasporti, della scuola, dell'organizzazione sanitaria e previdenziale; di un'organizzazione dal basso per la conquista di determinati diritti civili. Significa operare per la costruzione di uno Stato diverso, più vicino ai cittadini e in grado di fornire risposte adeguate ai bisogni di questi. L'unica maniera per farsi ascoltare dai partiti di sinistra è, contestarli alla base, davanti ai lavoratori, ai cittadini, operando nella società civile in posizione autonoma, esercitando una funzione di elaborazione teorica, di analisi della società, di sperimentazione politica e di lotta, operando nella realtà della città, dei quartieri, delle fabbriche, delle scuole, delle università, degli ospedali e in ogni struttura intermedia, anche come momento di verifica per una convergenza di tutte le forze disponibili al cambiamento. In altri termini, individuare nella società civile, espropriata di ogni partecipazione politica, il luogo privilegiato di generalizzazione della lotta e di ritorno della politica nel proprio ambito sociale. Si tratta di operare una stretta connessione tra lavoro di analisi, di elaborazione e azione politica concreta e costruire, a partire dalle esperienze locali, i contenuti programmatici e culturali per la nuova società che si deve costruire. Non ideologie prefabbricate, o mutuate da modelli storici precostituiti, ma risposte concrete ai bisogni che nascono dal contesto sociale, secondo le indicazioni che emergono dalle lotte, attorno a valori fondanti di solidarietà, giustizia, uguaglianza, rendendo partecipi e protagoniste le moltitudini di persone della costruzione della nuova società. Nel senso anzidetto, non c’è differenza tra pratica sociale e pratica politica. Anzi la pratica sociale deve diventare il nucleo fondante della politica. A livello locale, la vicinanza alle istituzioni dove si prendono le decisioni e la più diretta conoscenza dei problemi, consentono una partecipazione più consapevole e diretta. Per avviare un processo di cambiamento, per risolvere i problemi di una comunità, occorre ascoltare e coinvolgere moltitudini di persone, recuperare le energie, le idee, le competenze e la creatività di tanti, perché quando le persone sentono di potere avere un peso nelle decisioni, si sentono più coinvolte, escono dall’apatia; si crea fiducia e speranza nel futuro, la democrazia si vivifica. Se non c’è partecipazione spesso è perché non c’è conoscenza dei problemi. Ma è anche vero il contrario. Se non si partecipa, non si conoscono i problemi né si crede nella possibilità di risolverli. E’ necessario fare capire alle persone che devono fare sentire la loro voce, agire con autonomia e consapevolezza per ottenere i loro diritti ed uscire dalla mentalità di chiederli come favori. La pratica partecipativa, ovviamente, evita il clientelismo, la mafia e l’illegalità, perché tutte le decisioni e le scelte sono pubbliche e trasparenti. Ma serve anche a demistificare e a contro informare. Memori della lezione marxiana e gramsciana circa la necessaria dialettica tra struttura e sovrastruttura, un’attenzione forte deve essere portata sulla scuola e sulla formazione. Consapevoli dei processi di manipolazione dell’opinione pubblica, bisogna porsi il problema di un’informazione alternativa all’industria culturale dominante e al monopolio della grande stampa padronale e governativa, dei partiti e della RAI-TV. Certo la partecipazione comporta anche sacrifici, impegnare un tempo della propria vita, ma ne vale la pena. I nostri veri nemici siamo noi stessi che non partecipiamo. Se la politica non la facciamo noi in prima persona, la fanno gli altri e poi non ci possiamo lamentare. Non si cambia in profondità una società senza un lavoro a lungo termine di pedagogia politica, che deve cominciare sin dalla scuola dell’infanzia per continuare nella società.
giovedì 17 luglio 2008
Intervento all'Assemblea costituente di "un'Altra Storia"
La crisi della sinistra storica, crisi d'identità, con conseguente smantellamento di ogni ancoraggio valoriale e l'assenza di un progetto di società alternativa, ha portato ad un'omologazione delle forze politiche, anche nei comportamenti morali, alla crisi di rappresentanza e a perdita di contatto con i bisogni reali delle persone, ad un'estensione della biopolitica, con un controllo, in nome della sicurezza, sul corpo e sulla mente delle persone.
La democrazia è ridotta ad una fictio iuris, si è capovolta la scala dei valori. La selezione della classe politica nei partiti avviene alla rovescia, cooptando coloro che hanno un curriculum di disvalori (arrivismo, servilismo, compromessi e non solo) piuttosto che scegliere le persone che hanno dimostrato con la loro storia di praticare valori autentici e coerenza. Persone come Rita Borsellino, che ha dimostrato nei fatti di rifiutare le sirene del potere, di non ambire poltrone (abbondantemente offertele), ma d'interpretare la politica come servizio, raccolgono meno consensi rispetto a chi ha trasformato la politica in pratica clientelare, le persone in clienti e i loro diritti in favori. Perciò, noi siamo qui perché crediamo nel progetto a lungo termine di Rita, un progetto inedito, costruito dal basso, fuori dagli schemi gerarchici della democrazia liberale e della sinistra storica, basata su oligarchie politiche, economiche e medianiche, che dominano sulle persone. Un progetto, invece, che tende ad una democratizzazione della società in tutte le strutture intermedie e in tutti gli ambiti sociali, fondato su una democrazia diffusa, che tende alla coniugazione-interazione di uguaglianza e libertà, giustizia ed equità, diritti civili e sociali.
Una società cambia realmente se cresce una coscienza diffusa di massa, se la stragrande maggioranza delle persone acquista la consapevolezza dei propri diritti e dei propri bisogni reali, senza deleghe permanenti, cioè se tutti capiscono che la politica vera, come è nella sua etimologia, è la cosa più importante perché decide sulla qualità della nostra vita e che essa appartiene a tutti e tutti dobbiamo contribuire a determinarla con la nostra partecipazione. Ciò presuppone che questo movimento che noi andiamo a costituire abbia un progressivo radicamento nel territorio per far crescere un processo di presa di coscienza, trasformando il disagio sociale, la materialità del bisogno, la rabbia indistinta e pulsionale in coscienza politica, in diritto di cittadinanza, in lotta solidale per l'affermazione e la conquista dei propri diritti civili e sociali.
Il dibattito che ho seguito finora, è stato un po' generico, celebrativo, con qualche critica allo stato di cose presenti e solo con qualche cenno al documento politico. A mio modesto avviso, il dibattito per la costituente di un nuovo movimento politico-culturale deve sforzarsi di approfondire i temi della democrazia partecipativa e della sua articolazione, dal locale al nazionale e al globale, mirando anche alla formalizzazione di alcune regole essenziali, dalle modalità di praticare vere elezioni primarie per la scelta dei candidati alle forme di partecipazione alla costruzione del programma, dalle forme di controllo alla revoca dei delegati, dalla rotazione delle cariche all'utilizzo delle competenze e delle energie di ciascuno. Ciò vuol dire, come è nelle intenzioni, avviare un processo diametralmente opposto a quello della nascita del PD, frutto di un processo verticistico e della sommatoria tra oligarchie e burocrazie centrali e periferiche, concretizzandosi in una perpetuazione e riciclaggio, a livello periferico, di tutte le vecchie camarille, al di fuori di un'apertura di un ampio ed esteso dibattito, per definire una nuova elaborazione e un progetto di società con il contributo delle energie e della creatività di milioni di persone. Questo, invece, dovrebbe essere il nostro compito. I limiti di tempo non mi permettono di svolgere più compiutamente i punti del documento politico, che comunque condivido. Mi soffermerò soltanto su un punto che è assente nel documento. Un progetto di costituente di un'associazione politico-culturale non può non porsi come obiettivo centrale un orizzonte euro-mediterraneo, considerato che il 2010, anno previsto dal Patto di Barcellona del 1995, come data d'entrata in vigore di un grande mercato euro-mediterraneo, che coinvolge un miliardo di persone, è ormai alle porte.
So che, dopo la proposta da me fatta all'ultima assemblea della SEM (Sinistra euro-mediterranea, trasformatasi in Cantiere del Mediterraneo) a Lametia Terme e accolta anche da Rita Borsellino e Alfio Foti, nella riunione a Trapani del maggio scorso, Rita e Mimmo Rizzuti, in rappresentanza dell'ex SEM, si sono incontrati a Roma, trovando delle precise convergenze e obiettivi. Occorre lavorare per recuperare la centralità del Mediterraneo, di questo continente liquido, di questo mare che media, per dirla con Fernand Braudel, aperto al dialogo, alla pluralità, specie in un momento in cui anche la Francia di Sarkosy l'ha messo all'ordine del giorno seppure in una vecchia logica eurocentrica e neocoloniale, proprio per fare sentire la nostra proposta di trasformare il Mediterraneo, da luogo di tensioni e di conflitti, in luogo di coperazione economica, basato sul commercio equo e solidale e sullo sviluppo sostenibile, di dialogo e comprensione tra culture diverse, di pace e di garanzia per i diritti umani. La Sicilia, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo può e deve assolvere un grande ruolo in tutto questo, anche come premessa per un nuovo modello di sviluppo.
Curriculum
Piero Di Giorgi, nato a Mazara del Vallo l’11/12/1939 ed ivi residente e domiciliato viaTerenzio, 28. Psicologo ed avvocato, specializzato in psicologia clinica dell’età evolutiva. Ha insegnato psicologia dell’età evolutiva presso il corso di laurea in filosofia dell’Università di Roma “La Sapienza” e successivamente ha insegnato Psicologia dello sviluppo, psicologia sociale, psicopedagogia differenziale e storia della psicologia presso l’Università di Palermo. Iscritto all’albo dei giornalisti – elenco pubblicisti - sin dal 1971 prima a Roma e poi a Palermo, è stato ed è direttore di periodici e collabora a varie riviste e a giornali. Ha fondato insieme a Franco Leonori ed altri l’Agenzia di stampa “Adista”, osservatorio privilegiato sul mondo cattolico progressista; Nel 1975, all’epoca dell’unificazione PDIUP-MANIFESTO è stato a rappresentare la componente politica del Pdiup nel Manifesto e redattore dello stesso. Dopo la scissione, seguendo la corrente Foa-Miniati, si è occupato come coordinatore del settore Stato e pubblico impiego in DEMOCRAZIA PROLETARIA, redattore del Quotidiano dei lavoratori e direttore di Classe e burocrazia. Attualmente è commentatore politico della Repubblica Palermo ed è consigliere scientifico dell’Istituto Euro-arabo di studi superiori di Mazara del Vallo. Ha pubblicato: 1 Di Giorgi P., Per una psicologia alternativa. In Qualesocietà 1973, n. 1, pp.63-66; 2 idem , Il bambino e le sue istituzioni. Prefazione di Adriano Ossicini. Coines, Roma 1975; 3 Di Giorgi P., Lutte G. et alii, Scuola alla Magliana. Centro di documentazione di Pistoia, 1977; 4 idem , Introduzione critica allo studio della psicologia dell’età evolutiva. Centro di documentazione Pistoia 1977; 5 idem , La condizione giovanile. Centro di documentazione Pistoia, 1979; 6 Di Giorgi P. , Adolescenza e famiglia. Janua, Roma 1979; 7 Idem , L’adolescenza maschile e femminile nella teoria psicoanalitica. Edizioni Kappa, Roma 1981; 8 Di Giorgi P., Amman Gainotti, La terza infanzia nelle teorie di Freud e di Piaget. Kappa, Roma 1982 9 Di Giorgi P., Il contributo di Marx alla psicologia. Janua, Roma 1983; 10 idem , Giovani e politica: Alcune riflessioni sull’atteggiamento dei giovani verso la politica. In Orientamenti pedagogici , Roma, n. 30 1983; 11 idem , La percezione del tempo come durata in bambini di scuola elementare. Kappa, Roma 1983; 12 idem , L’adolescenza: fase naturale o storico-culturale. In Critica sociologica, Estate 1984; 13 idem , Il metodo biografico in psicologia. In Rivista Libera Università Trapani, anno V, n. 13, luglio 1986; 14 idem , Il rapporto di coppia in giovani del centro-sud. In Rivista Libera Università Trapani. Anno VII, n. 19, luglio 1988; 15 idem , Giovani e politica nella provincia di Trapani. In Rivista Libera Università Trapani. Anno VIII, n. 22, luglio 1989; 16 idem , Giovani e famiglia nel trapanese. In Spiragli, Anno I, n. 4, ott.-dic. 1989; 17 idem , L’ideale dell’Io dell’adolescente. In Esperienze psicopedagogiche. Anno I, n. 2, genn.-marzo 1989; 18 idem , I giovani giudicano la scuola. In Esperienze psicopedagogiche, n.5, ott.-dic. 1989; 19 idem , Stili di vita dei preadolescenti di Mazara del vallo. Ricerca sugli atteggiamenti intrinsecamente mafiosi della vita quotidiana. Ed. Libera Università Trapani, 1990; 20 idem, 21 idem, La dispersione scolastica: Che cosa, come, perché. A cura Osservatorio Prov.le sulla D.S. del Provv. Agli studi di Trapani, 1993; 22 idem, L’educazione interculturale come prevenzione del pregiudizio. In Atti del convegno su L’inserimento nell’ordinamento scolastico, nella formazione e nel lavoro degli immigrati extracomunitari. A cura dell’Istituto regionale Fernando Santi, Ma zara del Vallo 1995; 23 idem, La crisi del ruolo dei genitori. Prefazione di Grazia Attili. Kappa, Roma 1996; 24 idem, Oggetto e soggetto nella scienza. In Le Tre culture. Ed.scolastica italiana, Marsala 1996; 25 idem, L’educazione affettiva a scuola. Prefazione di Marisa Malagoli Togliatti. Kappa, Roma 1997; 26 idem, Una speranza di cambiamento: fede, valori e politica. Prefazione di Raniero La Valle. Kappa, Roma 2001; 27 idem, Il problema della mente. L’infinito e la psicologia. In Apeiron, Quaderni a cura liceo scientifico di Mazara. I, 2001 28 idem, Storia, costume e cultura in Sicilia oggi. In Atti del convegno Psicoanalisi e cultura oggi, a cura di L.Burzotta, in Cosa Freudiana n. 18,19,20-2002; 29 idem, Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa. Franco Angeli, Milano 2004; 30 idem, Persona e qualità della vita nell’era della globalizzazione neoliberista. In Apeiron, Quaderni a cura del liceo scientifico di Mazara del vallo, n. VIII, 2005; 31 idem, Preadolescenti e subcultura mafiosa. Indagine sugli stili di vita 32 idem, Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa. Ed. Franco Angeli, Milano 1975
